Come ho scoperto la Fototerapia

A Riccardo Musacchi president elect Della scuola di fototerapia paicocorporea viene chiesto;

Come hai scoperto la FotoTerapia?
Grazie al felice incontro con una paziente che mi ha involontariamente insegnato la potenza dell’utilizzo delle immagini. Questo è un resoconto succinto di una seduta del 2003 con la cliente che per prima mi trasmise, involontariamente, la passione per il lavoro con le foto in psicoterapia.

Elisa è una ragazza di poco meno di trent’anni. Aspetto duro, taglio dei capelli mascolino, molto tatuata, sempre vestita di nero. Chiede il mio aiuto per attacchi di panico. È molto consapevole di avere una storia di vita travagliata: madre con depressione, padre che lasciò la casa quando lei aveva dodici anni. In seguito all’uscita dalla famiglia del padre lei dovette occuparsi della madre che nel frattempo aveva iniziato a bere. Non vide più il padre fino a quasi vent’anni, lo incontrò per caso. Negli anni a casa subì le molestie dello zio fino a che si ribellò, aiutata da un’insegnante. Questo il quadro generale. Dopo qualche mese di incontri produttivi che diedero come risultato una buona gestione dell’ansia, conoscenza delle tematiche di attaccamento diffidente e ambivalente e inizio della scoperta di emozioni vulnerabili, Elisa un giorno mi portò una foto del padre. Me la mostrò con rabbia e disprezzo malcelato. Disse: «È lui». Lo disse con voce gelida, poi, all’improvviso, con mio stupore assoluto, fece a pezzi la foto. La strappò e la gettò sul tappeto. Guardò quegli otto pezzi di foto del padre come ipnotizzata. Io non fiatavo, non avevo parole, mi limitai a osservare quello che stava accadendo cercando di non fare alcune interferenza. Dopo qualche lungo minuto mi chiese se avevo dello scotch. Per fortuna lo avevo, in studio. Glielo porsi in silenzio intuendo la sua intenzione. Elisa si accovacciò sul tappeto, prese i pezzi e li incollò, restituì l’integrità a quella immagine spezzata. Incollava e piangeva. Stava riparando con quel gesto simbolico la rottura rabbiosa di poco prima, in realtà di una vita. Assistere a quel rituale fu molto commovente. Fu una cosa che non mi sarei mai sognato di suggerire a nessuno, sembrava ai miei occhi un sacrilegio, ma quella persona, in quel preciso momento, lo scelse come strategia autoterapeutica. Efficace, indubbiamente. Per lei e in quel momento. Tra le altre cose appresi che le fotografie, come dice spesso Judy Weiser, sono vive, pur senza esserlo. Consentono la magia di uccidere e resuscitare, danno degli squarci potenti sul nostro mondo interiore e fanno sì che le emozioni in esso racchiuse possano venire alla luce, con il loro benefico carico di salute.

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